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CARA ISPIRAZIONE

Si è riaperta la prospettiva di un lavoro retribuito e mi ha ripiombato nell’angoscia. E’ come se dentro di me la mia IO, inginocchiata, mi supplicasse di non tradirla, di lasciarla venire alla luce, e farla vivere nelle tante cose che DEVO fare. La logica invece, mi ripete che non è la fine del mondo, anzi, con questo lavoro torno nel modo dei civili. Non sarò più costretta a chiedere aiuto ogni volta che voglio fare una mostra, senza alcuna prospettiva di autosufficienza, senza comprensione, da parte degli altri, dello sforzo che mi impongo quotidianamente.

Poi, hai visto, cara ispirazione, che cose è successo? Le cose sono andate a modo loro, del tutto diverso da quello che tu ed io pensavamo, temevamo e volevamo.

L’occasione del giornale è svanita, poi altre se ne sono presentate, ma io ho preferito puntare su un lavoro artigianale solo mio, che mi permettesse di guadagnare qualche soldo, senza abbandonarti. E cosa è successo? Che tu, ingrata, mi sfuggi e ti vai ad infilare nei miei gioielli, tutta contraffatta, mi fai le boccacce, ti travesti e mi fai correre, a volte per giorni, prima di poterti afferrare. Compro l’argento, lo sego, lo batto, lo saldo, lo metto nell’acido e intanto, mi viene in mente un altro modello. Allora disegno, scavo gli ossi di seppia, vado in fonderia, fondo l’oro, lo verso nella forma e, che bello, quando esce da lì, tutto perfetto, ancora nero. Qui, certo, ti dimentico un po’. Sei gelosa anche di questo?

Eppure lo sai che si tratta di un’altra cosa (come dicono i mariti alle mogli a proposito delle amanti).

Ma non dico, no davvero, che tu sei come la moglie. E’ ben diverso e, se si può fare un paragone più giusto, si può dire che sei tra il figlio e la madre; più figlio che madre, perché ti nutro e ti faccio vivere, senza che c’entri la mia volontà.

Non hai quindi ragione di essere gelosa. Il nostro è un rapporto inimitabile, unico e senza fine. Anche se sei così fragile e nervosa, anemica, pallida, pronta a cadere al minimo soffio, suscettibile, ti eclissi al minimo accenno di presenza estranea. Ma pronta a diventare prepotente e robusta. Ho la sensazione che morirai solo quando anche io morirò e ci metteranno insieme in una fossa unica e nessuno lo saprà.

Ti sei seccata, lo so, perché da questo lavoretto traggo un po’ di denaro, poco a dire il vero, ma abbastanza per non dover fare più i conti di cassa ogni volta che ho bisogno di qualcosa.

E su questo, cara mia, bisogna che ti rassegni: sarò povera, come tu vuoi, poiché mi impedisci (e te ne sono grata), di consumare tutto il mio tempo a commerciare le mie energie, ma mi rifiuto di tornare a quella vita nera di angoscia, con la minaccia di perdere il tetto sotto cui alloggio. Una piccolissima entrata me la devi lasciare, che io possa almeno leggere i miei libri. E sei contenta di questo, lo so. Quante volte mi sei apparsa mentre leggevo, col tuo viso più bello, presenza vivida, luminosa, corposa come non mai e persino (rare volte, benedetta), musicale, anzi, sonora.

Il fatto è che, quando ti muti in un robusto e potente essere, che mi parla, la mia felicità è al colmo e tu lo sai.

Lasciami dunque, almeno di che vivere e leggere, anzi, devo arrivare anche ad avere di che curarmi, quando qualche malattia mi perseguita.

Hai visto che cosa è accaduto quando ho dovuto rinunciare alla vitamina B, che avrei dovuto prendere  perché costava 2800 lire a fiala? Il braccio mi ha fatto male tanto da non poter lavorare: niente gioielli, niente soldi e anche tu ti disperavi.

 

Riguardando le mie statue di qualche tempo fa, mi sembra di aver raggiunto una padronanza della materia e una libertà di concezione, che prima mi mancava e mi faceva faticare. Riguardandole ritrovo quella fatica terribile e quella rabbia di trovarsi poi davanti ad una approssimazione molto lontana.

Ora mi sento più forte, capace di esprimermi con facilità, come una pianista che, dopo anni di esercizi, non sta più a guardare se tocca le note giuste o se le mani le rispondono, ma può inventare e correre sulla tastiera e giocarvi felicemente. Mi sembra di essere a questo punto e non è poco. Potrei ora produrre moltissimo, se una sorta di timore  non mi spingesse a fare mille altre cose, a ritardare il piacere e la fatica complessa della concezione e della creazione.

 

Sono stata alla mostra di Attardi e a quella di Severini. Attardi è ancora insicuro, ma quanta passione e sincerità nei suoi lavori! Inoltre, c’è una grandiosità di concezione pittorica, bei toni, belle composizioni, ma non mi basterebbe, se non ci fosse dietro la visibile e spietata ricerca di una profonda armonia fra sé e gli altri. Una ricerca tormentata e ricca di motivi. Anche qui ho trovato il problema della violenza. E’ naturale, nati, cresciuti e viventi nella violenza. Ma sento qualcosa che stona, e mi vien voglia di voltargli le spalle, non perché scossa e turbata. Altre opere, altrettanto scioccanti, (vedi Brecht o Jenet), mi hanno dato l’orgoglio di vedere che la mia ribellione aveva dei precedenti autorevoli, che l’avevano così bene espressa, da diventare una vittoriosa verità, buttata lì, come uno schiaffo ai filistei.

Qui, invece, c’è come un senso di vergogna: un tormento impotente di vedere e odiare la violenza e finire con l’ammirarla e cantarla. Una violenza  comunque non avversata, un sopruso accettato con compiacenza cultural-sessuale, che porta la sua anima ai piedi del vincitore.

Severini è già compiuto nella sua parabola. Che lezione di misura, di lavoro elaborato e instancabile. Qui salta all’occhio quanto importante sia la mediazione dell’artista, tra il mondo

 delle cose e degli uomini e l’interiorità di ognuno.

Cresce nell’anima una gratitudine per questo “mediatore” che ti arricchisce così generosamente e intelligentemente. Sembrerebbe che in tutta la sua vita quest’uomo non abbia fatto altro che studiare il modo di rendere più accessibile agli altri la bellezza e l’armonia, aggiungendo al patrimonio comune i suoi risultati. L’avete mai visto questo colore? E’ cartone ondulato, l’avete visto milioni di volte, giallino a righe di luci ed ombre, eppure la nostra anima non l’ha mai visto, l’ha trascurato e soltanto usato.

Ecco, adesso lo metto qui, vicino ad una rosa, accanto ad un grigio di giornale e alla linea di un vaso e poi a quella rettangolare di un bidet; incornicio questa COSA, che non vi siete mai fermati a guardare veramente e vi obbligo a considerarla.

Non è come sostare davanti ad un bel paesaggio, che pure tanto respiro può dare alle nostre anime asfittiche! Qui c’è l’uomo (la donna?), che elabora le sue emozioni, quelle che voi provate davanti al paesaggio, moltiplicate dalla sua maggiore sensibilità, e vi offre il lavoro compiuto, perché anche voi ne possiate godere con lui. E magari portandovi a casa questo oggetto magico, che è un quadro.