FRANCESCA AVEVA 21 ANNI

 

 

C’è un momento nella vita di ognuno nel quale la vita di tutti i giorni pare interrompersi. Un momento irrinunciabile nel quale l’uomo o la donna, la cui vita si era dipanata entro determinati limiti, diventa improvvisamente invivibile: casa, lavoro, figli arrestano il passo e ci si  chiede: ”E’ così che devo andare avanti? E’ questo il ‘vivere’? Alcuni – e sono i più – rispondono respingendo la domanda nel più profondo di se stessi, altri, con una crisi di coscienza che li porta a mutare radicalmente il proprio modo di vivere, altri ancora, per i quali la domanda non sorge nera e minacciosa, ma si mostra come qualcosa di conosciuto, chiaro e luminoso davanti a sé, possono allegramente rispondere: “No, non esattamente, ma sono sulla buona strada.”

Francesca si trovava fra coloro cui la domanda, benché non nuova, si presentava sempre più gigantesca all’orizzonte e imponeva una risposta.

Fu così che un giorno di dicembre si trovò nel grigiore mattutino della strada verso la stazione, a salutare un uomo alto e magro, mentre, preoccupata della valigia che le batteva sulle gambe, ascoltava la sua voce interiore che le diceva: ”Noi siamo forti, non ci emozioniamo per così poco”. Solo quando il treno si mosse e lei prese posto, vide dal finestrino la faccia di lui, severa contrarsi leggermente, mentre raccomandava ancora una volta: “Stai attenta e buona fortuna”.

Francesca si sistemò sul sedile per riordinare le idee. Riandava al giorno in cui, inseguita dalla polizia, aveva per la prima volta cambiato casa, pensava alle compagne che l’avevano ospitata nelle case della fabbrica di carta, e, più indietro ancora, al giorno in cui la gigantesca domanda all’orizzonte aveva tutto oscurato, costringendola a guardarsi dentro e a cercare il suo posta nella lotta. La aspettava un lavoro di grande responsabilità e ne sentiva il peso quando la sua innata distrazione usciva dalle rigide barriere che si era imposta. E’ dolce – pensava – vivere avendo una propria collocazione nel mondo. E assaporava felice questa consapevolezza, come colui che, privato a lungo della propria libertà, esce finalmente all’aria aperta e vede il sole. Le piaceva pensare alle battaglie che l’attendevano e in fondo, le piaceva anche il pensiero di assumere un’altra personalità, vivere un’altra vita, perfino di diventare illegale. Poi si diceva:” Sono tutte storie. Un nome o un altro è lo stesso. Si tratta di dare ai nomi la sostanza”.

“Vediamo un po’. Appena arrivata devo andare in via T. Grossi. All’angolo mi aspetta il compagno col paltò marrone e il libro verde in mano. Rimasticava la parola d’ordine per non sbagliare, mentre, meccanicamente mangiava le castagne arrosto che si era messa in tasca. Guardandosi attorno vide un signore con la cravatta a strisce rosse e azzurre che la osservava e un altro che leggeva intento il giornale. Era miope Francesca e vedeva tutto un po’ torbido. Di solito portava gli occhiali, ma quel giorno non se li era messi. Col cappotto grigio, le calze verdi grosse, il berretto di lana rosso sembrava una ragazza un po’ distratta, con lo sguardo vagante e incerto. Nessuno di loro – pensava Francesca con intimo compiacimento – può pensare che sono una cospiratrice, una ‘bandita’, una comunista militante. E cerca di immaginarsi cosa sarebbe successo se si fosse potuto leggere sul suo viso chi era e cosa sarebbe andata a fare a Milano.

La maggioranza – pensava – sentirebbe solo curiosità, altri simpatia, altri santa riprovazione, qualcuno cercherebbe di farmi arrestare. Quello là, per esempio, quello che legge con tanta ostentazione “Crociata italica”. Ma anche tu leggi spesso quel giornalaccio, si diceva. Si, ma solo per dovere professionale. E chi ti dice che anche quello non lo faccia per lo stesso motivo? Però ha tutta l’aria di essere un fascista. Lo guardava senza odio, pesando la sua capacità di combatterlo. Fino a che punto? Sarei capace di ucciderlo? Si, sarei capace. E di farlo soffrire, sarei capace? Forse lo sarei, anche se lo amo. Amo tutti e non riesco a sentirli nemici. Amo in loro quello che li fa uomini, quel piccolo pezzetto di uomo che è in ognuno di loro., anche in quello là con la pappagorgia. Chissà se esiste qualcuno che non possiede nemmeno quella piccola parte di sé. Qualcuno deve esserci, forse i tedeschi e i fascisti quando torturano i prigionieri. Anche noi però potremmo torturare. Dicono che lo fanno a volte per salvare altre persone. Manca per questo in loro l’uomo? Forse alcuni soffrono nel farlo e altri no. Ma sarà davvero così?

La campagna correva ai lati del treno e Francesca guardava fuori assorta nei suoi pensieri.

Arrivata a Milano, si diresse subito verso il luogo del suo appuntamento. Mancava quasi un’ora, la sera era già calata e il freddo entrava nelle ossa. Francesca si comprò altre castagne arrosto e si mise a camminare per le vie del centro. Guardava le vetrine lussuose, la bella biancheria di seta, la scarpe morbide e forti, i paltò invernali con un misto di piacere e di noncuranza: Le otto la sorpresero davanti ad una vetrina luminosa di un parrucchiere, in estatica ammirazione di una signorina così ben pettinata, dalle linee armoniche, dai colori fragili e molto ben vestita. Non riusciva a staccare gli occhi da lei. Ad un tratto la folgorò il pensiero dell’appuntamento e si mise a correre. Ad una certa distanza riprese a camminare per riprendere fiato e vide con un certo batticuore un uomo alto e robusto fermo all’angolo della strada. Quello è il compagno della direzione del Partito, pensò, che mi dirà cosa debbo fare. Imparerò da lui un mucchio di cose, meditava esultante, mentre si avvicinava e notava il libro verde e il paltò marrone, quasi sdrucito, la faccia allegra e imponente, le mani un po’ effeminate. “Scusi, dove si trova via Verdi” domandò e lui “Ci vado anch’io, signorina. Posso accompagnarla, se vuole”. Si avviarono insieme, lei si sentiva piccolissima vicino a lui, grande e grosso. Dopo un po’ di strada lui la prese sottobraccio, e affettuosamente le chiese di lei, della sua vita, le parlò del nuovo lavoro che avrebbe fatto. Nel parlare emanava un calore che l’avvolgeva, che scioglieva poco a poco tutto il ghiaccio che gli anni di silenzio e di ‘non vita’ avevano accumulato nel suo cuore. Aveva già provato quella sensazione leggendo alcuni libri e l’aveva provata nei suoi primi incontri col Partito. Si strinse con fiducia al braccio di quell’uomo.  

Arrivarono presto alla sede del suo nuovo lavoro. Era un palazzo grande, come ce ne sono tanti a Milano, quasi lussuoso, con atrii ampi e puliti.

L’uomo grande suonò il campanello e venne ad aprire una ragazza. Lui entrò e Francesca subito dietro.” Questa è Maria” disse. “Piacere. Io mi chiamo Francesca”.

“Qui ci sono altre compagne” disse Maria,” spero che ti troverai bene. Stasera dormi qui?”

Fu l’uomo a rispondere di si. Avanzarono lungo il corridoio e si sedettero su di un divano. Francesca si guardava attorno e beveva ogni cosa. “Che bella casa” disse. “Ti piace? E’ di un simpatizzante che ce l’ha data in uso, sperando così che i tedeschi non la requisissero. Però lui non sa esattamente chi siamo”, aggiunse subito con un sorriso l’uomo grande, poi disse a Maria:” Mostrale i doppi e dalle subito tutto il materiale da leggere e prendi i dati per i documenti. Io devo andare via subito”. Strinse la mano a tutti e a Francesca disse: ”E Remo, come sta?”

Per la prima volta la figura del compagno alla stazione si ripresentò alla mente di Francesca. Ne rivide la faccia severa e udì la sue parole: sta attenta. Rispose: ”Sta bene. C’è molto da fare lassù”. Lui rise: “Anche qui. Te ne accorgerai”. Si congedò rapidamente e Francesca rimase a lungo a guardare le carte che Maria le aveva allineato davanti. “Maria” chiese ad un certo punto “quanti anni hai”? “Venticinque” rispose “e tu?” “Ventuno”. “Sei giovane”. “Sono già sposata e ho un bambino e tu”? “Anch’io sono sposata, ma non ho figli. Il mio compagno è giù, nell’Italia liberata. E il tuo compagno dov’è?” “Io non ho un compagno”. Seguì un lungo silenzio. Poi la voce di Maria, affettuosa chiede: ”Ma tuo marito sa”? “Si, ma siamo separati. Non è un compagno” ripeteva ora Francesca macchinalmente. “Non ha capito”. “E il tuo bambino”? “Con mia madre, per ora”. Poi, cercando di cambiare argomento: “Mi hai detto che ci sono altre compagne. Che cosa fanno?” “Una verrà domattina. Si chiama Berta. E’ più giovane di te ed è già vedova con un bambino. Credo che verrà anche Mario. Non lo conosci vero”? “No. Chi è”? “E’ il dirigente della sezione. Poi c’è Tullia, la dattilografa”.

Mentre parlava il collo le si gonfiava. I suoi occhi guardavano lontano. Sembrava triste. “Francesca”, disse ,“io fra poco me ne vado. Non ti secca dormire qui da sola”? Ad un cenno di diniego continuò “Allora vieni con me”: Andarono in cucina, Maria scaldò un po’ di minestra, preparò un piatto e le posate. Tirò fuori un po’ di pane e dello stracchino. “Vieni. Mentre si scalda ti mostro come si aprono i doppi, poi ti saluto. Ecco, vedi questa colonna”? Indicava un mobile moderno in corridoio, alto e stretto. Spostò un’asta sotto le assi orizzontali e sfilò dalla gamba tutta la parete frontale del mobile. Dentro c’erano trentadue cartelle da ufficio, piene di carte e, in fondo, libri. Richiuse e portò Francesca ad un tavolo da lavoro tinteggiato in nero. Anche quello si apriva come una scatola e conteneva materiale di studio e di propaganda. E poi mostrò anche un tavolino da notte e uno sgabello, anch’essi col doppio fondo. Disse: ”Qui c’è un po’ di posto per la tua roba personale, se vuoi. Comincerai domani. Noi lavoriamo tutti i giorni dalle 8 di mattina alla sera. Quando passa l’ora del coprifuoco, ci fermiamo qui a dormire”.

E se ne andò, raccomandandole di chiudere la porta e il gas.

Rimasta sola Francesca si buttò voracemente sul pane un po’ duro e sulla minestra. Mangiò in fretta e con soddisfazione, con la mente sempre volta alla roba del “doppio”. Adesso potrò sapere molte cose, si diceva. Si comincia alle otto, dunque ho quattro ore tutte le mattine per studiare. E sentiva piena di gioia e di voglia di fare. Era contenta di essere rimasta sola. Le pareva di poter godere più agevolmente della casa, rievocando le ore appena passate. Che lavoro farà Maria? Non gliel’ho chiesto. Ispezionò l’appartamento. Aprì un doppio e cominciò a leggere. I rapporti dall’Emilia, dove la lotta era in una fase più avanzata, le fecero affluire il sangue alle orecchie.

Voleva leggere tutto, ma la testa le si faceva pesante e il freddo veniva su dal pavimento, dove si era seduta e le paralizzava i movimenti. Diede un’occhiata all’orologio e fece un balzo. Mezzanotte e venti! Devo andare a dormire, se voglio alzarmi presto domattina. Preparò il divano letto nella stanza da lavoro e si coricò, pensando di addormentarsi subito, ma il sonno tardò a venire.

L’indomani si svegliò per tempo, ma non abbastanza per studiare. Devo mettere la sveglia, si disse scontenta. Si guardò nello specchio del gabinetto, colmo di rossetti, creme, avanzi di cipria. E pensò che era ben pallida e brutta. Si stava facendo il caffè, quando udì il suono convenzionale del campanello.

Andò ad aprire e si trovò davanti un uomo giovane e alto che, dopo aver detto la parola d’ordine, chiese subito un po’ di caffè. Francesca lo guardò incuriosita e ammirata. Sapeva che era il dirigente della sezione, sapeva che, dopo aver dato prova di essere uno scienziato di primo piano, si era dato alla vita politica per combattere il fascismo. Sapeva tutto questo, ma a guardarlo ci vide soprattutto una grande timidezza. (“Che bellezza” pensò, “è timido!). Lo osservò mentre beveva il caffè. ?Ha la bocca da bambino e gli occhi dolci e infantili. Gli occhiali, il naso schiacciato e i capelli spettinati facevano pensare ad uno studente secchione. Col tempo Mario si dimostrò serio e gentile, dedito al lavoro fino al sacrificio delle più normali necessità. Berta, la sua compagna, lavorava con lui. Quando restavano a dormire la sveglia suonava sempre alle 5. A volte anche prima e Francesca doveva farsi forza e lottare per mantener fede all’orario che si era imposta. Ma quando sentiva di là Mario che dettava e Berta che batteva a macchina con le dita intorpidite dal freddo, la fatica di stare sveglia le pareva leggera e il desiderio di sapere tutto ciò che gli altri già sapevano la accompagnava nel suo muoversi affannoso per la stanza col materiale in mano, saltellando sui piedi indolenziti.

Maria si occupava dei rapporti con le altre sezioni di lavoro. Francesca  imparava a fare la segretaria di redazione e a scrivere qualche articolo sul giornale, che ogni settimana, nel giorno e nell’ora prestabiliti, doveva uscire con i suoi caratteri fittissimi e la sua carta sottilissima, per andare in tipografia e poi in tutte le città occupate dai tedeschi.

Quando il giornale tornava nella redazione, mutato nell’aspetto, stampato con i titoli ben in vista, Francesca si struggeva per ogni errore di stampa, lo accarezzava, lo accompagnava col pensiero, come un figlio con una vita ben delineata e sempre meno condizionabile, che si poteva seguire passo passo, nel doppio fondo delle borse delle staffette, che si susseguivano l’una con l’altra, fino alle sudate redazioni delle provincie, nel seno della montanara che lo leggeva la sera nella stalla, o nel sacco dell’operaio che, in fabbrica, lo disponeva con cura e veloce abilità, sulle macchine.

Rivedeva le sere quando, nella casa della fabbrica di carta, ci si stringeva in 4 o 5 per sentire la voce del compagno che leggeva le notizie delle agitazioni e degli scioperi e risentiva quel batticuore che non era mai riuscita a vincere, alle notizie dei rastrellamenti, e degli incendi, e riudiva l’incrinatura lieve della voce alla notizia di ogni compagno ucciso, o catturato e torturato.

Ogni volta, ricordava, la via da seguire diventava sempre più chiara, anche nei suoi orribili inconvenienti.

Come in una strada illuminata dai fari di una macchina che mostra al viandante ogni infossatura, ogni sasso, ogni piccolo arbusto, noi diventavamo sempre più attenti a ciò che ci aspettava ad ogni distrazione o imprudenza, e, nello stesso tempo, diventavamo più audaci e desiderosi di camminare in fretta, di arrivare in fondo al più presto.

Francesca pensava anche ai compagni rimasti là, nella piccola provincia, dove la vita sembrava scorrere eternamente tranquilla, nonostante l’occupazione tedesca, fino al giorno in cui alle piante del grande viale alberato furono appesi, lunghi e rigidi, quasi non veri, due corpi maschili, che di uomo non avevano più niente. Due partigiani.

Qualche volta si andava perfino al cinema con due o tre compagni e al ritorno, la sera il giardino della casa sembrava più bello e luminoso  alla luce della di luna.

Il lavoro continuava: le relazioni dalle città occupate si facevano ogni giorno più fitte e ricche di lotte, ma anche di massacri. Le cose da dire e da fare diventavano più urgenti e numerose.

Alla redazione si aggiunse un’altra ragazza e vennero nuovi compagni ad aggiornarci sulla situazione politica.

Il freddo sembrava accanirsi, in gara con i bombardamenti, contro le attività di ogni giorno. Si accese una stufetta elettrica. Si preparavano opuscoli di propaganda, una rivista settimanale e un libro di storia, che speravamo con contenuto orgoglio, di portare a termine entro l’anno.

I travestimenti, il cauto camminare per le strade, ora saltando su di un tram, ora svoltando all’improvviso in un vicolo per accertarsi di non essere seguiti, il frequente cambiar casa, i documenti falsi, le parole d’ordine, la spietata disciplina che ci davamo, tutto divenne abituale e giusto, come se quella vita intensa da “cospiratori” fosse l’unica possibile in quell’immenso formicaio, fatto di uniformi e di secchi comandi tedeschi per le strade, di camicie nere, di mitra, di impiccati, di fucilazioni pubbliche, di bombardamenti, di visi impauriti e pallidi, e di collaborazionisti.

Su quella vita anomala, all’interno della cintura nemica, si andava stendendo un velo di normalità.

 

Questi sono appunti scritti a mano di Velia Sacchi,  (racconto relativo agli anni 1942, ’43, 44), dove lei è facilmente identificabile con Francesca, il suo nome di battaglia,  l’uomo grosso’ con Giorgio Amendola e il giovane ‘studente’ con Eugenio Curiel, poi ucciso dai fascisti nella strada sottostante l’appartamento descritto).