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IL MATRIMONIO
 
Mi sono sposata giovanissima, nel 1940, con un ragazzo bello e gentile, Carlo Ambrosetti. Era un medico e con lui ho conosciuto la vita del medico di campagna. Siamo stati però pochissimo insieme, perché nel 1942 è partito come ufficiale medico per la guerra d’Africa.
Devo avere nell’inconscio qualche problema, perché mi sono sempre innamorata di medici. Dal mio primo grande amore di tredicenne, fino all’ultimo compagno della mia vita.
Culturalmente eravamo distanti e al suo ritorno la distanza si era fatta più grande. L’ambiente sanitario dove lavorava era fortemente fascista e lui tornò, distrutto ma convinto che tutto fosse rimasto come prima, fiero delle sue imprese africane.
Io invece avevo già preso contatto con la Resistenza quindi ci siamo trovati l’uno contro l’altra: non c’era nessuna possibilità di accordo.  Inoltre l’occupazione tedesca mi ha poi costretta ad un certo punto ad abbandonare Bergamo, perché ricercata.
Mio marito veniva da una famiglia di provincia, ma il padre aveva voluto che i figli (maschi) studiassero, fino all’università. Aveva perso la madre molto giovane ed era seguito dalle sorelle, che frequentavano assiduamente la chiesa e che spinsero per un matrimonio religioso. Lui per fortuna, accettava le mie diversità e io accettai il matrimonio religioso perché allora era più comodo e “normale”.
Monte Isola sul lago d’Iseo è stata la prima destinazione di Carlo come medico condotto e li è nata mia figlia Cristiana. Avevo solo 19 anni. Per me quell’isola è rimasta l’isola dei sogni perché è stato un cambiamento straordinario rispetto alla mia vita precedente, in quelle campagne selvagge e sperdute e senza strade. Ero diventata vegetariana e animalista: uscivo la mattina presto a scardinare le trappole per gli uccelli. Mi immergevo in letture Gandhiane e nel mio lavoro.
Adesso dall’alto della mia vecchiaia vedo le cose con distacco ma allora le vivevo come un dramma. Ero vegetariana non solo per compassione verso gli animali indifesi ma per il Nuovo Testamento dove il non uccidere per me era totale.
Poi mi sono ammalata e mio marito mi ha detto:”Allora adesso li possiamo uccidere questi microbi o vuoi salvare anche quelli?”
Quando mio marito mi ha posto il problema, ho lasciato che uccidesse i microbi perché non volevo morire, e sono anche tornata alla carne.
L’isola era piena di pulci oltre che di zanzare, perché gli unici proventi degli abitanti , oltre alla pesca, venivano da due grosse fabbriche di reti, piene di questi parassiti che le ragazze giovanissime che ci lavoravano portavano poi a casa e distribuivano in tutta l’isola.
La casa di Montisola era bellissima e lì scolpivo e dipingevo, uscivo allora da poco dall’accademia di belle arti, la Carrara di Bergam0.  E’ stato un periodo molto felice, anche se le discussioni politiche con mio marito continuavano.