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"L’uomo moderno con tutti i suoi problemi, la vita del nostro tempo in tutte le sue contraddizioni, ecco ciò che ho l’ambizione e la necessità di esprimere.

Ho sempre trovato fonte di ispirazione nell’angoscia della lotta per sopravvivere, nel dramma che può celarsi sotto i più dolci nomi (amore, maternità), nelle  verità diverse dell’oppressore e dell’oppresso, nella disgrazia di nascere donna in una società maschilista, nella pateticità di certe finzioni che l’uomo si concede e nella bellezza che può accompagnarsi a tutto ciò.

Non credo che per esprimere, per esempio l’angoscia sia necessario essere figurativi. Ritengo invece che sia indispensabile, per creare qualcosa di valido anche nel domani la più scrupolosa sincerità.  

Insomma si tratta, per me, di raggiungere la lucida spietatezza dello scienziato nel vedere, e la  partecipazione più completa e commossa al dolore e alla gioia della vita, nell’esprimerla."

                                                                       Velia Sacchi

Velia Sacchi sviluppa giovanissima la sua passione per la pittura e la scultura.

È figlia d’arte: la madre Corsiera Cavallina era una affermata pittrice boldiniana delle signore della borghesia ma apprezzata anche dalla Curia che le affidava dipinti di Santi e Madonne (molti sono ancora oggi esposti nelle chiese di Bergamo e  provincia). Suo padre, Pietro Sacchi, aveva un importante studio fotografico.

A diciassette anni, dopo il liceo, entra all’Accademia Carrara di Bergamo insieme al fratello Nestorio, ma Velia vi è ammessa solo come auditrice in quanto all’epoca preclusa alle donne. Dovrà andare a Brera (Milano) per ottenere il diploma.

Le sue prime opere vendute sono teste e busti in bronzo commissionate da famiglie borghesi della sua città. Ed è proprio come scultrice che entra in contatto con  l’architetto Turani, capo della omonima “banda” sgominata poi dalla Gestapo.

Il suo interesse per la politica si sviluppa di pari passo con il procedere della guerra fino a prendere il sopravvento su tutto il resto, compresa l’attività artistica, per tutto il periodo della clandestinità e fino all’immediato dopoguerra.

Nel 1947 con una mostra a Bergamo riprende il suo cammino di artista prima conciliandolo a fatica con il suo impregno politico e di giornalista, poi con l’andare degli anni in forma via via sempre più esclusiva.

Espone in personali nel 1957 alla galleria Cairola di Milano, nel 59 alla Cassapanca al Pincio di Roma, ad è presente a varie mostre collettive  ( premio Suzzara, Cantù, Messina, Forlì e Corridonia.

Velia però non si limita alla pittura ed alla scultura ma insegue continuamente nuovi percorsi. Si cimenta con la produzione di gioielli, collage e maschere di cartapesta. Sperimenta l’uso di materiali di risulta nella scultura: gesso , fil di ferro, retina metallica  e antenne Tv rotte.

Non disdegna la collaborazione con altre arti. Scrive poesie e, nel 1957, insieme ad Otello Sarzi fonda a Roma il T.S.B.M.  (Teatro Stabile di Burattini e Marionette). Tra gli altri fondatori figurano Eugenio Rizzi, Guido Neri, Oddo Bracci, Antonella Dolci, Otto Praz, Mara Buffa, Pino Fasano e Mariano Dolci.

Ed è proprio a questo periodo che si riferisce il capitolo “Otello e le Marionette” di questo sito.