Velia con la figlia Cristiana
Lilith (particolare)
 Maternità n° 4 (Roma 1951/53
Autoritratto (Roma 1999)

MATURITÀ (1956)

 

Oggi compio 35 anni . Sono certa che non ho molto tempo davanti per concludere qualche cosa e rendere quello che ho raccolto.

Io sono io, ma quella che gli altri vedono è “l’altra”. Perciò, obbiettivamente, la mia persona è l’insieme di queste due facce. Può essere sconcertante vedermi come mi vedono gli altri, ma non posso continuare a rifiutarlo, devo accettarlo e trovare la forza di restare lo stesso nella mia linea.
Penso che, forse, la mia attività di scultrice è un modo come un altro per tentare di superare la mia condizione di sottospecie. Non posso spiegare altrimenti l’ardore che mi portò in altro momento a battagliare in politica, ardore di cui mi  è chiara la medesima origine del fare statue e scrivere.
Bisogna esaminare seriamente i difetti dell’ultima mostra: la critica non li ha mostrati. Un inetto coro di lodi e di rimproveri di senso inverso a quello che mi ero proposta di fare, e anche, a quanto mi sembra, dei risultati. 
Non posso tener conto di queste critiche. Allora vediamo. L’intento di comunicare agli altri ciò di cui mi impadronisco, le verità che scopro mammano, non si può dire che sia riuscito. Forse è troppo letterario, NO, troppo cerebrale. Devo pensare meno alle verità e seguire di più l’istinto. Devo essere più coraggiosa nell’abbandonare certe formule e certe forme che solo apparentemente servono, in quanto convenzionali, a comunicare con gli altri. Aderire sempre di più all’ispirazione senza alcuna forma preconcetta così che sia tutt’uno: forma e ispirazione. Il risultato dovrebbe essere sempre, per lo per lo spettatore, un piccolo o grande choc, che faccia dire: ”Toh, non l’avevo mai visto così. Come mai?”

 

Forse, ho finora inconsciamente fatto l’errore di voler accedere al mondo degli uomini, (cioè al mondo), attraverso la mediazione di alcuni di loro. Accettare il fatto che si è soli può voler dire anche che bisogna entrarvi senza alcuna mediazione, se non quella delle proprie opere. Il che non è facile, perché, mentre l’artista uomo, nello sforzo di sviluppare la sua personalità artistica, non si rinnega, anzi, spesso parte proprio da lì, l’artista donna è costretta (o si sente tale), a rinnegare il suo sesso, in quanto ostacolo, nell’opinione che ne hanno gli altri.
E allora, se anch’io partissi da lì, dal dato di fatto dell’inferiorità della donna e ne facessi il perno della mia opera, invece di cercare di dimenticarlo? Se facessi, insomma della sofferenza una gioia, delle limitazioni un punto di partenza, della degradazione una gloria? In fondo, è quello che ognuno tenta di fare, quando assume un ruolo, ma l’identità assoluta tra l’essere e l’apparire, fa diventare in genere questo tentativo un semplice episodio. Fare un’opera d’arte significa rendere assoluta questa identità?
Stendhal dice molto bene dell’impossibilità, (allora assoluta), per una donna di fare la scrittrice, se non nel caso che sia “fille” di qualcuno e possa quindi infischiarsi dell’opinione altrui, essendo il suo ruolo già definito.


A Milano mi hanno risposto che mostre personali di donne non ne faranno più per almeno due anni (Galleria Le Ore). Fumagalli, il proprietario, aveva l’aria molto concreta e naturale, quasi cortese. Ed io, pur sentendomi offesa nel più profondo, nello stesso tempo lo capivo. Avevo appena visto alcune mostre di pittrici: un disastro. Tentativi naturalistici, studi disperati e pietosi sforzi per essere quello che gli altri - quelli che contano - vogliono che esse siano da secoli. Risultato: un aborto che vorrebbe essere idillico o romantico, colori che non sono toni. In poche parole non il risultato di una ricerca ma orecchiamenti, approssimazioni, brutte copie. 
Conosco il meccanismo di tutto questo e, più che il disgusto per il risultato, sentivo la pietà e l’orrore per la situazione in cui esse si sono cacciate, tentando di essere artiste, prima di diventare uomini (mantenendosi donne). E penso quanto sia difficile, spesso disperante, anche diventare uomini, mantenendosi donne. Perché, tutto sommato,  è lo spietato imperativo di questo strano periodo che ci tocca vivere.
Il nostro vecchio mondo, quando da bambine ci insegnavano ancora a restare confinate, non c’è quasi più. Si è sgretolato, e restarvi, come fa la maggior parte per forza di inerzia, significa lunghe, umilianti giornate, senza una vita propria. Ma uscirne, diventare indipendenti, lavorare, significa entrare in un mondo organizzato da uomini e per gli uomini, che non contempla la tua partecipazione come donna/persona, anche se spesso la esige come pura forza lavorativa o esecutiva.

L’uomo che disprezza la donna la sfrutta e la spinge all’annullamento come persona.

L’ uomo che ama la donna l’aiuta a NON FARE, cerca di sollevarla dal peso della fatica e la spinge ugualmente all’annullamento come persona.

L’uomo che ama se stesso e gli altri, aiuterebbe la donna a FARE e la spingerebbe allo sviluppo della sua personalità, come farebbe un amico. Ma quest’uomo dov’è? E poi, perché dovrebbe esserci?

Quando poi si parla di lavoro artistico, le cose peggiorano, perché si tratta di inventare cose nuove, imparare a dirle, difenderle e farle splendere agli occhi degli altri.
E ogni giorno ricomincia da capo e non finisce mai la richiesta da parte di tutti, la pretesa di impadronirsi delle mie ore, delle mie energie, del mio spazio, del mio silenzio.
Per dire cose nuove è necessaria un’ autentica ricerca in se stessi. Autenticità quasi impossibile per chi ha sempre avuto come ferrea condizione di esistenza quella di essere “Come tu mi vuoi”. 
E’ stupefacente che io sia riuscita a produrre, (faticosamente e poco), impegnata in una lotta per strappare, o spesso solo a difendere, giorno per giorno, la possibilità di isolarmi, di dedicarmi alla meditazione, di costruirne il frutto. 
Non c’è che accettare, oltre alla doppia fatica classica della donna che lavora, anche la terza fatica di un lavoro che mi renda il denaro necessario. Resisterò? Non lo so, ora lo spero perché mi sento in forze e ricca di spunti da sviluppare. Ma una cosa è sicura e qui io mi impegno con me stessa a mantenere questo proposito: se non ce la farò, non sarà nel lavoro retribuito + lavoro di donna che affonderò, ma eliminerò prima il “lavoro di donna”, poi quello retribuito, se sarà necessario e accetterò di essere quell’essere pazzo che mi costringerà ad essere la mia intima, insopprimibile esigenza di DIVENTARE, esprimendomi. Non mi faccio illusioni. Sarà faticosissimo e forse ne morrò.
 Qualche volta sono tentata di accettare le possibili giustificazioni che tutti mi offrono, accettabili e a portata di mano, per non fare più niente, sprofondare in questa routine di attivo "nulla",  giorno dopo giorno. Potrei fare anche parecchie cose che mi piacciono: passeggiate, sport, che ora non ho tempo di fare. Potrei occuparmi della famiglia. Sergio e Cristiana me ne sarebbero grati, forse, anche se poi perderebbero molto dell’interesse che hanno per me.
Sono ben cosciente che posso pensare a questo troppo accessibile nulla, soltanto come a una vacanza, che probabilmente non si verificherà mai e che solo la stanchezza può colorare di rosa. Perché so che cosa c’è dietro: quel sentirsi morti da vivi, trasparenti e inutili.
Il mio sforzo allora deve essere e sarà nel morire tutta davvero e resistere alla forza che mi spinge verso l’adagiarmi nel nulla. Mi consolo pensando che ho tanti fratelli in questo, fra gli uomini. La loro “pazzia” è un po’ diversa, perché non sono costretti a scindersi in due, o in tre, come me, ma in comune abbiamo “l’esclusione”. Ci sono i neri, i bastardi, gli artisti non capiti, costretti a fare almeno due lavori per poter vivere. E’ vero che il terzo glielo fa sempre una donna e questo li differenzia da me. Ma un po’ fratelli siamo.

IL MIO LAVORO AL GIORNALE

Che piacere, che gioia questo impegno che quasi esclude tutti gli altri. Che pace sentirsi come gli uomini, padroni del proprio tempo, impegnati seriamente in un lavoro che aiuta ad esprimersi. Che rabbia quel rimorso, che dal fondo viene a galla e non ti lascia in pace, come se tu fossi, non uno che esercita un diritto – dovere, ma un evaso dal carcere che ha sempre paura di venire arrestato di nuovo, che “sa” che non gli spetta e che prima o poi sarà costretto a rinunciare alla sua libertà e al suo lavoro e a tornare nel nulla. Mi viene in mente tutto quello che devo realizzare. Un affollamento. Distinguo quello che viene prima e mi applico con grande piacere. Ma questa particolarità del mio lavoro, di essere multiplo, interdipendente, dispersivo, mi porta spesso alla disperazione, nel senso che non vedo una via d’uscita. Essere eclettici all’inizio è una debolezza ma può essere un buon punto di partenza, poi ci si specializza e con gli anni ci si fissa su un’attività che si sviluppa a fondo. Così credevo. Poi mi sono accorta che le mie molteplici attività artistiche sono assolutamente interdipendenti. Sono incapace di concentrarmi su di una sola cosa senza pensare al resto. C’è un’analogia col matrimonio. A volte l’amore senza matrimonio sembra il più vero, il più arricchente, poi ti accorgi che desideri saltare il guado, avere un’unità stabile. Forse è questa l’attrazione dell’annullamento? Non credo, perché in quest’ansia c’è un desiderio di costruzione, di stabilità feconda e perciò vitale. L’unica cosa da fare è disciplinare i propri stimoli. Si può. L’impossibilità fisica di fare tutto mi obbligherà a scegliere.

SULLA MATERNITÀ

Come alcuni animali che nella loro stagione si ritirano in letargo e poi con la primavera riprendono a vivere, così succede a me col mio lavoro.
Ci sono periodi in cui mi fermo e non posso neppure pensarci, eppure ascolto, prendo nota, covo qualcosa che si va formando dentro di me.
Poi, sembra proprio una primavera, quando, dopo un tempo più o meno lungo,, mi rimetto a “fare”. Discerno con ordine quello che viene prima e mi ci butto senza sosta, con grandissimo piacere. Stamattina ho ripreso gli studi sulla maternità.
Si dice che tutto ciò che è naturale non è osceno. Vorrei sapere allora per quale deformazione, non riesco a sottrarmi al senso acuto di degradazione che mi colpisce in tutto ciò che riguarda questo servizio reso alla specie.
Mi sembra che diventando madre, una donna cessi di esistere come persona e che, soltanto portando fino in fondo il processo di alienazione cui è costretta, sovvertendo uno ad uno tutti i valori su cui era stata costruita la sua dignità umana, possa poi rifarsene una molto diversa, l’unica possibile, di carattere non più umano, ma bestiale.
Probabilmente è del tutto sbagliato un senso della dignità, che vorrebbe cancellare nell’uomo la bestia. Ma la degradazione di questo tipo è particolare.
Da altre manifestazioni altrettanto bestiali non mi viene nessun senso di degradazione. La differenza è che in quelle io ho, come compagni e uguali, tutti coloro che fanno parte di un mondo, i cui miti sono anche i miei.
Questa, invece è propria solo di una parte dell’umanità che (purtroppo è ancora così, anche se non lo è stato sempre in passato e forse non lo sarà più in futuro), non fa parte del mondo degli umani, ne è fuori, anzi sotto.
Perciò alla donna che partorisce davanti a uomini, con l’aiuto di uomini, non resta che assumere, in questa sottospecie in cui è confinata, la propria gloriosa particolarità, raggiungendo così un’altra dignità, non da uomo, ma da sottouomo, e farne un punto di partenza. E’ possibile?

LA SCULTURA

C’è un filone in scultura che devo approfondire. Si tratta del rapporto fra vuoto e pieno, non solo in quanto forma nello spazio, ma anche in quanto dialettica del movimento all’interno della forma stessa.
La poesia della linea, che tanto mi seduce nel disegno, può avere qui una esplicazione più significante, più ricca, come terzo elemento, scomposto dagli altri e poi ricostruito in un’armonia, che non deve avere più niente di naturale; perché “naturale” presuppone “artificiale”, definizione impensabile nel caso di una armonica costruzione, non naturale, in quanto non è costruzione della natura, ma dell’uomo. Insomma, io vedo la scultura oggi, come una forma costruita con pieni + vuoti, + linee, in un libero gioco, (libero da ogni forma preconcetta), significante, cioè non astratta. Gli elementi sono in un rapporto dialettico fra di loro (problema del movimento).
Naturalmente, questi problemi di forma non avrebbero senso in sé. Per me sono importanti, solo in quanto possono servire ad esprimere quello che la realtà mi suggerisce di nuovo, che cioè non sia stato detto prima.
Non si tratta di esprimere una realtà stabilita, con delle forme più o meno nuove, ma di esprimere ciò che nuovo presenta questa realtà nel suo divenire, con delle forme appropriate, così che forma e contenuto siano tutt’uno.
Alcuni astrattisti, che del resto, hanno fatto propria la definizione di forma = contenuto, arrivano a fare solo della forma, col pretesto che essa E’ il contenuto.
Ma la forma è il movimento del contenuto, cioè quel quid che io ho afferrato della realtà e che voglio esprimere in un gesto palpabile.
Esiste una forma vuota di contenuto ed una forma che non lo è. La prima è opera d’arte, la seconda no, perché la prima morde la realtà, la esprime e può servirsi di modi che non sono capiti perché non convenzionali. Qualora si servisse di modi convenzionali, lo deve fare in modo che si capisca che li ritiene tali (Rauschenberg).
Comunque, deve riuscire ad esprimere quel tanto di nuova realtà, propria del nostro tempo, che nessuno aveva sottolineato prima.
La seconda non è opera d’arte,  ma decorativa, più o meno bella esteticamente, o utile.