PENSANDO A PASTERNAK (anni ’60)

 

E’ triste che l’imbecillità governi sull’intelligenza. E per un comunista è ancora più triste. Triste senza vie d’uscita? Quando la contingente necessità politica prende il sopravvento anche in noi stessi, il male è fatto, perché  si misura sul calcolo immediato, da cui un politico non può prescindere. E’ questa abitudine di calcolo “corto”, unita forse al potere già raggiunto che porta alla meschinità, alla chiusura mentale e spesso, a forme di delinquenza ben note.

Non si spiega altrimenti perché così spesso gli uomini politici abbiano questo comportamento, che i rivoluzionari invece non hanno. La necessità di essere seguiti dalle masse porta a guardare avanti nel futuro, a fare calcoli a lunga distanza. Ma un comunista non può non essere anche un politico, e allora? Per salvare la propria intelligenza è forse necessario dimenticare le esigenze della politica?

Prima, si credeva, o si sperava che si trattasse semplicemente di essere politici di larghe vedute, e questo è vero, ma solo fino ad un certo punto. Dopo questo certo punto, anche i più intelligenti cedono alla mediocrità e la discesa è senza sosta. Quanti esempi nel nostro Partito!

Ci si vergogna a pensare cosa sono diventate alcune delle più belle menti del nostro partito, che non si può più scrivere con la maiuscola, menti costruite per essere armi affilate e perfette dello spirito umano. Il bello è che spesso il calcolo si rivela errato e pare che la politica si voglia vendicare, producendo risultati inattesi. La vittoria per la quale si è stati disposti a pagare un caro prezzo, si rivela poi una disfatta, che un calcolo più meditato avrebbe evitato. Meglio una sconfitta oggi, in vista di una vittoria, magari più lontana, ma certamente più dignitosa.

Il Partito è stato la mia grande salvezza, perché mi ha fatto pensare che in una nuova società socialista ci sarebbe stato un posto per me, estranea a questa.

Quando ho capito che nemmeno là avrei trovato uno spazio giusto, è stato un duro colpo. Ora sto riprendendomi e mi è sorta una nuova speranza: che in ogni società c’è un po’ di posto per chi non rinuncia ad essere se stesso. L’esempio di Pasternak mi ha risollevato e io gliene sono immensamente grata.

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